“Una storia è un dispositivo ordinatore, è uno strumento che sistematizza gli eventi umani dando loro un senso e una direzione” (Story-selling, p. 22)  
 
Le storie sono potenti. Invadono le nostre vite.
Ci rimangono per anni nell’animo e poi esplodono nelle nostre realtà.
 
 
 
 
     
  Diario  
 
Post-verità? Lasciate stare le "bufale", imparate ad usare la "mente narrativa"
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Le 10 quasi verità delle Storie. Un manifesto
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Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 10
Inserito il 23/02/2016


Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 9
Inserito il 22/02/2016


Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 8
Inserito il 19/02/2016


Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 7
Inserito il 18/02/2016


Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 6
Inserito il 17/02/2016


Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 5
Inserito il 16/02/2016


Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 4
Inserito il 15/02/2016


Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 3
Inserito il 12/02/2016


Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 2
Inserito il 11/02/2016


Le 10 quasi verità delle Storie. Capitolo 1
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Post-verità? Lasciate stare le "bufale", imparate ad usare la "mente narrativa"

Inserito il 10/01/2017


Strana cosa la verità.

Concetto-esperienza paradossale. La verità infatti implica sempre la “verificabilità dei fatti” ma allo stesso tempo l’adesione consensuale a una cornice di senso.

La verità è quindi un ossimoro. Contemporaneamente la verità è un fatto oggettivo e un significato soggettivo. E’ verificabilità di un fatto (la “veritas” dei latini) ma anche la “rivelazione di un significato dell’essere” (l’Aletheia dei greci). 

Quando diciamo “è vero!” portiamo con noi un “dato" e un “significato". Sempre.

Ciò vuol dire che la nostra vita sociale, politica, economica, aziendale, personale… implica in ogni istante la descrizione (di un fatto) e la narrazione del significato di quel fatto.

Sempre insieme, sempre congiunti. 

Noi li separiamo

Li separiamo nelle nostre singole vite. Li abbiamo separati nella nostra storia umana.

Non possiamo reggerli contemporaneamente. La nostra mente – se non è educata a farlo – non contiene questo paradosso.

Allora accade come con il mare: ci sono onde che vanno e che vengono. Attimi della nostra vita o secoli della storia sociale.

In alcuni momenti abbiamo bisogno di verificabilità, in altri di significato profondo a discapito di tutto e contro ogni fatto. A volte abbiamo bisogno della prova concreta. Altre solo bisogno del sogno e di credere!

E così è per la macro-dinamica della storia umana. Alcuni momenti storici sono tutti tesi all’immaginazione contro-fattuale e alla sognabilità, all’ideale e all’epica altri alla ragione, alla fredezza della logica, alla verifica.
A volte si pretende la “verità-verificabilità” a volte si preferisce incedere nella “fantastica-verità” di un film, di un libro, di una pubblicità, di una credenza qualsiasi.

Da moltissimi anni tutta la nostra attenzione storica si è concertata sulla “verità come fatto verificabile”, e sull’uso della mente descrittiva per giustificare la cosiddetta "verità dei fatti".

Peccato però che siamo entrati in un tempo storico - che ci ha colti completamente impreparati. Qualcuno lo chiama Narrative Age. In questo tempo la “verità dei fatti” non ci basta più, né ci motiva; abbiamo bisogno anche della verità come significato, a cui aderiamo consensualmente, anche in modo indipendente dai fatti. E in questa adesione adperiamo la cosidetta mente narrativa. Le prove di questo?

Ovunque intorno a noi, basta aprire gli occhi, nelle ultime settimane-mesi:

–  Grillo che cambia idea-racconto dichiarandosi da anti-establishment a europeista convinto, cancellando di fatto la narrazione politica del Movimento 5 Stelle del passato ma introducendone subito una nuova

–  Trump e Hillary che se le sono “raccontate di santa ragione”: tutta la campagna elettorale americana è stata una “battaglia di narrazioni”, una lotta tra “verità come fatto” e verità come “significato polarizzato” 

–  la gran parte della conversazione nei social media, che si basa sul continuo rimando di contenuti non verificati e non verificabili, ma per questo non meno impattanti o credibili. Qui gli esempi si sprecano ricordo solo la recente discussione in rete sulla “Adidas che rifiuta il filmato del giovane regista




–  la maggior parte dell’intrattenimento editoriale e televisivo che basa il proprio successo sul “racconto del reale” (dai romanzi-verità di Saviano ai format di SKY)

–  tutta la nostra scienza di frontiera che ormai non ha più nulla di verificabile in senso banalmente classico: dalle neuro-scienze all’astrobiologia il nuovo racconto scientifico è complesso, multi-sfaccettato, contraddittorio. Un continuo allargamento di orizzonte che scardina la certezza di una verifica finale che spesso sfocia in ricerca militare d’avanguardia

Discutere e occuparsi di post-verità oggi non significa quindi preoccuparsi delle bufale della rete, certo è importante indagare la verificabilità… ma non si deve ridurre tutto al riscontro ossessivo della “chiacchera on line, perché così si perde di vista l’altra faccia della medaglia.

Piuttosto vuol dire curarsi di un cambio di paradigma complessivo.

Quello che va dalla verità come dato-fatto-verifica alla verità come significato consensuale totale.

Per riprendere un esempio di prima: non ci importa più se il giovane regista ha davvero mandato il filmato alla Adidas o se è la Adidas ad aver macchinato tutto - in un’abile operazione di seeding. Ci interessa solo credere in quello che abbiamo già deciso a priori, in una proiezione del nostro racconto identitario in perenne pericolo di solipsismo (“come sono io così è il mondo in cui credo”).

Ogni professionista della comunicazione oggi si confronta con questi problemi: a quale significato un soggetto umano o un gruppo sociale vuole aderire consensualmente, costi quel che costi. Perché “quella” verità-significato è stata costruita e non un’altra? Da chi? Come mai un pubblico l’asseconda e la desidera e un altro la detesta e la avversa con tutte le forze?

La domanda finale da farsi è allora: a che cosa si vuole credere?
Di quale significato ultimo l’animo di un individuo o di un pubblico ha necessità vitale?
La scelta definitiva diventa: perché agire?

E infine la questione suprema: per cosa lottare e impegnarsi (individualmente e collettivamente)?

Perché nell’epoca iper-comunicativa che attraversiamo, la post-verità è una conseguenza diretta di peculiari dinamiche e competenze narrative. 

Si apre uno specifico scenario di story-building e "battle of narrative", in cui noi tutti ci dovremo impegnare nei prossimi anni ad ogni livello della comunicazione pubblica e privata, aziendale e istituzionale.

Altro che bufale!

Impariamo a leggere e scrivere nuove forme di racconto (politico, sociale e aziendale) per decidere quale destino avere. Impariamo ad usare la nostra mente narrativa, che nonostante tutto è molto critica e sa distinguere.